a lezione, di nuovo

l'aula - una sala conferenze ricavata da qualla che si direbbe una vecchia cappella con matroneo, o comunque un edificio religioso di cui ha mantenuto la ieraticità e l'eco dovute ai soffitti altissimi - di certo non aiutava l'entusiastica partecipazione, così come le poltroncine reclinabili foderate in velluto rosso (pur scadente) e l'illuminazione soffusa e morbida. insomma, la noia è inscritta nell'architettura stessa dell'aula intitolata a pio XII (sì, proprio quello che tanto cristianamente si è opposto a fascismo e nazismo da meritarsi il titolo di
venerabile della chiesa).
sarà per questo, sarà per il crocifisso alto un metro e venti che penzola in perpendicolo, doppiamente inchiodato, a un paio di metri sopra le teste dei docenti, ma una volta di più mi saltata agli occhi questa strana analogia fra i dottorandi (era infatti un ricercatore che ci ha fatto lezione) e i seminaristi.
Questi giovani dottorandi, timidi oratori eccitati, grati, sembrano sempre come seminaristi di una religione parallela, pretini appena formati entusiasti e frementi in virtù dei segreti cui sono stati resi partecipi, volenterosi in maniera adolescenziale di salvare gli altri con la loro Parola di Salvezza.
Quasi scusandosi dei loro interventi (l'umiltà che cela la consapevolezza della propria superiorità li contraddistingue) parlano - impacciati e letterari - attraverso parole altrui, monocordi, gentili, prudenti.
Come equilibristi che camminino lungo una trave larga un metro posta a un metro da terra emozionano e coinvolgono il pubblico.
Goffi ed esperti, ansiosi, solerti, devono mettere in mostra le competenze acquisite, il loro momento è giunto, forse daranno qualcosa a qualche ascoltatore, basterebbe! Ma - in fondo - lo senti nella voce pacata, nei gesti appropriati, nella corretta pronuncia di ogni lemma o nome straniero, nella virginale e ferma intonazione del discorso; lo senti il cammino inerziale che (se mai lo è stato) ora certo non dipende più da loro. Lo senti davvero balenare, il pensiero: davvero basta questo, a giustificare tutte le mie fatiche? tutto il mio studiare? tutto il sacrificio? tutta la mia vita?

scusate la prolissità